Petrolio: il Garante dei prezzi contro i petrolieri

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Il costo della benzina e del gasolio non sono in linea con gli aumenti e le diminuzioni del prezzo del petrolio. Effettivamente quando il petrolio aumenta, il prezzo della benzina resta sempre alto.


Garante dei prezzi contro il prezzo di petrolio, benzina, diesel, gasolio. Tra Roberto Sambuco, “mister prezzi”, e l’Unione petrolifera è nuovamente polemica sul movimento dei prezzi dei carburanti rispetto al resto d’Europa. Sambuco infatti afferma che i prezzi non scendono in relazione alle quotazioni internazionali, e di conseguenza i margini per le compagnie continuano a salire, sommandosi ad una differenza di 3 centesimi con il resto d’Europa.

Lungo le strade, poi, le pubblicità dei prezzi sono “diverse, incomprensibili” e talvolta “volutamente ingannevoli”. Sempre secondo Sambuco, l’aumento dei prezzi del carburante non è dovuto alla pressione fiscale, che in questo caso resta inferiore rispetto al resto d’Europa (eccezion fatta per la Spagna). Ciononostante, nel 2008 il divario medio con i prezzi europei è stato di 0,9 millesimi di euro in più rispetto l’anno precedente, con una tendenza ad un ulteriore aumento per i primi mesi del 2009.

Dal canto suo, l’Unione Petrolifera nega sia l’aumento di divario col resto d’Europa, sia l’accusa della “doppia velocità” di adeguamento delle compagnie alle quotazioni internazionali (secondo Sambuco più veloci nei rialzi e più lenta nei ribassi).
Sempre secondo l’Unione, a settembre 2009 si è registrato uno stacco della benzina pari a 3,2 centesimi di euro a litro che si è rivelato il valore più basso sia degli ultimi sette mesi che della media di tutto il 2008. Stesso discorso per il gasolio, che sempre a settembre si è attestato a 3,1 centesimi a litro, restando comunque sempre inferiore alla media del 2008 che era di 3,4 centesimi al litro.

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Nucleare: quello italiano piace tanto ai colossi europei

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Molte sono le società straniere ad essere interessate al nucleare italiano, ma i problemi da risolvere non sono pochi. Prima di tutto c’è la sicurezza, legata sia al normale funzionamento delle centrali che allo smaltimento dei rifiuti (alcuni si degradano in 100 anni e altri in diverse centinaia); secondariamente la popolazione, che solo in minima parte accetterebbe la realizzazione di una centrale vicino casa.


Nucleare italiano e investimenti degli altri Paesi in Italia Il progetto nucleare italiano è guardato con molto interesse dalle imprese straniere.
L’Areva, francese, propone a candidati italiani i reattori Epr, già adottati dall’Electricité de France, e già scelti nell’accordo tra Enel e Edf. Ugualmente interessati al progetto italiano sono l’altra francese Electrabel, la tedesca Eon, le svizzere Egl e Alpiq, pur condividendone le perplessità.

Infatti la situazione italiana non fornisce quella chiarezza tale da poter decidere su una questione così importante.
La stessa Eni, l’unico gruppo italiano in grado di costituire una seconda, valida alternativa, per ora si astiene da ogni proposta. Ma sia essa che l’Eon sono le uniche, considerate le loro dimensioni, ad essere spronate per dissipare le incertezze.

Tra i dubbi da chiarire troviamo le regole di dettaglio, ossia:

  • le caratteristiche tecnologiche;
  • il costo per lo smantellamento ad avvenuto esaurimento della centrale;
  • la soluzione per lo smaltimento delle scorie.

E ancora non è dato sapere se con un cambio di scenario politico, lo stop al nucleare verrebbe rimborsato (compreso di oneri e interessi) a coloro che ne avevano già fatto un investimento.

Altro punto da definire riguarda l’organizzazione del mercato dell’elettricità prodotta.
La normativa italiana non ha ancora reso noto i dettagli per la creazione di consorzi tra i costruttori e i consumatori, su come ridurre i rischi di mercato e su come regolare il margine. L’Antitrust non si è pronunciata su eventuali creazioni di agevolazioni o mercati separati.

Ma il dubbio maggiore riguarda in che misura lo Stato sarebbe in grado di coprire dai rischi gravi.
Uno dei maggiori esperti italiani di energia nucleare, afferma che in Giappone il massimale previsto dalle assicurazioni per le centrali atomiche è di 1,2 miliardi: se i danni andassero oltre questa cifra, essi dovrebbero essere coperti dallo Stato.
Dal canto suo, l’Eon non si pronuncia. La sua intenzione sarebbe quella di creare una società per un progetto nucleare con altre aziende elettriche, ma non escluderebbe di puntare sul carbone, forse trovando un accordo con Edison e la svizzera Rezia per prendere parte al progetto Enel a Porto Tolle (Rovigo).
La francese Areva, avendo perso l’alleanza con la Siemens (accordatasi coi russi), si candida singolarmente a fornire la tecnologia (turbine Alstom).

L’unica seconda alternativa alla creazione di un progetto atomico, considerate le dimensioni della società, resterebbe l’Eni, ma l’esperienza dell’Agip Nucleare e la centrale di Latina del 1957, le ha fatto perdere competenza e interesse.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica, secondo un sondaggio dell’istituto Format, gli italiani non conoscono le energie rinnovabili e hanno timore del nucleare: solo il 28% degli intervistati ritiene sicura l’energia nucleare, e un 26,3% accetterebbe l’installazione di un impianto nucleare nella propria provincia.

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Debito europeo: il debito sovrano

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Secondo alcuni esperti di economia, l’Europa sarebbe pronta per avere un “debito sovrano”, ovvero un unico grande debito da dividere tra tutti i Paesi dell’Unione europea.


Unico debito sovrano per tutta l'Europa Secondo le stime dell’Fmi, il debito pubblico dell’Europa raggiungerà il 100% nel 2014, con Francia, Germania e Regno Unito intorno al 90%. Se nel breve periodo i bilanci pubblici sono stati gravati dai sostegni alla finanza, alle imprese e dalla recessione, nel medio periodo non sono previsti miglioramenti. Infatti i costi per il Welfare saranno sempre più alti e i tagli alla spesa pubblica difficili da attuare. E se l’inflazione potrebbe far calare il debito pubblico, ecco intervenire la Bce per ridimensionarla.

Un aiuto si potrebbe avere dando nuovi stimoli alla crescita: in Cina e in Usa, ad esempio, si punta molto su progetti ambientali e infrastrutturali. La Commissione europea sostiene che gli obiettivi del 20/20/20 e dei Tens si potranno realizzare avendo a disposizione 300 mila miliardi, senza contare la ricerca, le TLC e le biotecnologie.

Una soluzione per il finanziamento è stata proposta dal ministro nell’Ecofin di Gotemborg: sostenere gli investimenti strategici con capitali privati (e pubblici per i paesi che ne hanno in eccesso), attraverso la raccolta di denaro privato europeo tramite grandi banche come ad esempio la Bei, la Kwf, o le Casse Depositi e Prestiti francesi e italiane, e attraverso l’emissione di nuovi strumenti finanziari come gli eurobond per calamitare risparmi dal resto del mondo.

Il favore dei risparmiatori e degli investitori potrebbe essere incontrato da quegli strumenti legati alla Supercassa europea. Le grandi banche europee (Bei, Kwf, Cdc, Cdp) hanno creato una Federazione di investitori a lungo termine e stanno per dar vita ad un fondo equità istituzionale per il finanziamento di progetti europei nelle infrastrutture per i trasporti, per l’energia rinnovabile e per l’ambiente. Esse sono anche d’accordo a fronteggiare il debito e i sistemi di garanzia, ad esempio attraverso i single project bond Ue, emessi dai singoli progetti ma sponsorizzati dalla Supercassa europea, la quale offrirebbe, alla definizione dei progetti la propria reputazione e competenza tecnica, e al titolo una garanzia monoline che gli consenta di avere un rating AAA (basso costo del debito e maggiore capacità di attrarre l’interesse dei risparmiatori). La parte di investimento non coperta dai project bond verrà finanziata dal mercato bancario. In questo modo i single project bond non graverebbero sui bilanci pubblici nazionali e su quelli delle casse (solo le garanzie), favorirebbero i lunghi periodi che il mercato non garantisce, sarebbero strumenti in accordo alle regole di mercato perciò ben visti dagli operatori privati, non sortirebbero effetti di spiazzamento perché una parte del debito è gestita dal mercato bancario.

Gli eurobond, esclusivamente titoli di debito europeo, proposti prima da Delors e poi da Tremonti, hanno invece incontrato delle resistenze. I paesi europei hanno infatti un debito pubblico sempre più crescente e non è facile presentare gli eurobond come strumento che consenta ai paesi più deboli la possibilità di scaricare i propri debiti ai paesi più virtuosi.
L’Fmi stima che nel 2014 il rapporto debito pubblico/Pil dei paesi del G20 andrà oltre il 100%. E l’indebitamento crescerà maggiormente nei paesi avanzati. Si prevedono considerevoli flussi di risparmio dai paesi a basso debito verso quelli ad alto debito, con tassi di crescita tre volte superiori nei paesi emergenti rispetto a quelli avanzati.

La nuova borghesia indiana, cinese, o russa inizierà a comprare titoli occidentali facendo così aumentare la concorrenza tra euro e dollaro. Solo se Cina e Giappone, che insieme detengono il 50% del debito americano, decideranno di diversificare, si potrà forse avere un riequilibrio del risparmio e delle riserve mondiali sulle monete più forti.

Sembra insomma che sia il momento giusto per un debito sovrano europeo che porti stabilità crescita e rafforzamento politico, perché ricordando le parole del giurista Salvatore Pugliatti: “La proprietà obbliga: chi ha un debito in comune è più unito, e chi possiede il tuo debito possiede anche una parte delle tue scelte”.

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