Analisi tecnica delle azioni ENI

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Analisi tecnica dei titoli azionari EniIl titolo della società petrolifera italiana ha vissuto un momento di ribassi fino ad un minimo di 14,30 per poi iniziare un nuovo corso. In questo grafico, che stiamo ancora vedendo in evoluzione, possiamo iniziare a creare le prime ipotesi di trend.



Innanzi tutto è necessario fissare alcuni punti, come i seguenti:
  1. Trend rialzista da Marzo 2009
  2. Segnale LONG, 23 Luglio
  3. Prima resistenza 15,94
  4. Primo supporto 15,17
  5. RSI e Stoch ben direzionati
Il trend di fondo che è stato ribassista fino a pochi giorni fa, ora potrebbe aver cambiato direzione. Infatti, la formazione di minimi crescenti che si appoggiano su un supporto dinamico crescente assieme ai nuovi prezzi vicino ai massimi di periodo (euro 16 circa), ci suggeriscono la formazione di un nuovo trend rialzista.
La strategia di trading online sull’azione ENI consiglia di posizionarli al RIALZO finché i prezzi si mantengono sopra 15,44.
Analisi alternativa: sotto 15,44 è possibile assistere ad ulteriori ribassi fino a 14,92 e 14,58 in estensione.

RSI: ben direzionato
Stoch: ben direzionato
Pivot: 15,44

Supporti e resistenze per il trading online:
16,41
15,96
15,84 —> last price
15,17
14,92

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Strumenti di tortura: le aziende europee riescono ancora a commercializzarli

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Aziende Europee producono e commercializzano ancora strumenti di torturaÈ possibile che nel 2010 alcune aziende europee siano coinvolte nella produzione e nel commercio di strumenti utilizzati per la tortura? Purtroppo sì, come è stato provato da un recente rapporto stilato da Amnesty International e da Omega Research Foundation.

Il rapporto, intitolato “Dalle parole ai fatti” sottolineerebbe che questi strumenti di tortura includono bracciali per provocare scariche elettriche a 50.000 volt, serrapollici di metallo, congegni per immobilizzare i detenuti contro le pareti delle loro celle.
Dal rapporto emerge che queste attività di produzione e commercializzazione internazionale andate avanti in maniera indisturbata per anni, aggirando misteriosamente i numerosi controlli che dal 2006 sono stati portati avanti proprio per impedire che si verificassero simili accadimenti.
Quello che Amnesty ha voluto sottolineare tramite questo rapporto è la sua ferma volontà di far entrare questo argomento all’ordine del giorno di un’assemblea parlamentare europea, proprio per cercare di intervenire in modo concreto su quelle che sono le mancanze legislative sull’argomento. E dopo questo rapporto, dovrà essere compito del Sottocomitato sui diritti umani della Commissione Europea muoversi verso la soluzione del problema.

Il fatto che l’Unione Europea abbia imposto dei controlli nel 2006 sul commercio di strumenti di tortura è senz’altro una presa di posizione significativa che però non sembra aver risolto il problema alla radice; pertanto è necessario rafforzare la legge in modo che i paesi che ancora contravvengono alle direttive europee sull’argomento, non possano più trovare degli escamotage legali che li facciano agire indisturbati.

Dal rapporto emerge che tra i paesi europei che autorizzano l’esportazione di strumenti atti alla tortura compaiono senza dubbio Germania e Repubblica Ceca. E Amnesty ha raccolto le prove che i nove paesi che hanno acquistato questi strumenti da Germania e Repubblica Ceca li hanno realmente usati in operazioni di tortura

Brian Wood, direttore per Amnesty International del dipartimento che si occupa di affari militari e di polizia, esprime tutti i suoi dubbi che siano molti di più i paesi europei che concretamente ignorano o aggirano le direttive europee sull’argomento.
Concretamente, dal rapporto si evince che:
  1. negli ultimi 4 anni Germania e Repubblica Ceca hanno esportato mezzi di tortura come pistole elettriche, spray chimici, ceppi ecc;
  2. alcune aziende italiane e spagnole hanno venduto braccialetti che danno scosse elettriche (un escamotage considerato che la legge fa riferimento solo all’impossibilità di vendere cinture elettriche);
  3. l’Unione Europea obbliga i propri stati membri a rendere pubbliche le autorizzazioni sulle esportazioni ma solo sette paesi su ventisette l’hanno fatto;
  4. molti stati dell’Unione sono ancora quasi del tutto all’oscuro riguardo le attività che si svolgono nelle aziende sul territorio nazionale proprio perché i controlli non sono ben regolamentati.
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