feb 22
Esistono dei fondi come gli Exchange Traded Funds che le banche e gli istituti di credito non consigliano spesso perché per loro sono poco remunerativi, al contrario del cliente che invece avrebbe un discreto guadagno.
Gli intermediari per le contrattazioni di questo tipo di fondi possono essere le banche o qualsiasi altro broker autorizzato.
Questo prodotto finanziario ha avuto vita negli Stati Uniti a metà degli anni ’90, ma in Italia le sue prime quotazioni risalgono al 2002.
Il portafoglio di questo tipo di fondi ha la caratteristica di avere una gestione passiva. Questo vuol dire che le transazioni di questi prodotti sono legate ad un indice di mercato del quale si sceglie di seguire l’andamento per stabilire in quale momento vendere o comprare ETF. In questo modo si riducono al minimo i costi di transazione e le detrazioni fiscali applicate al capitale: l’indice di riferimento, che in gergo tecnico si definisce benchmark, regolerà il bilanciamento dell’ETF ad esso collegato uniformandone automaticamente il valore al proprio peso di riferimento.
Per essere più chiari, se all’interno dell’indice uno dei componenti viene modificato, automaticamente si modificherà l’attività finanziaria del fondo che corrispondeva a quel componente modificato.
I fondi ETF funzionano come vere e proprie azioni e quindi vengono scambiati di continuo e non come gli altri fondi comuni il cui valore viene stabilito solo alla fine della giornata di contrattazioni. Inoltre essi sono dei fondi più sicuri rispetto agli altri in quanto il loro patrimonio resta indipendente rispetto a quello della società che li ha emessi. Pertanto, se tale società dovesse subire dei crolli finanziari o un fallimento, questo non intaccherebbe in alcun modo il valore degli ETF ad essa collegati, proteggendo l’investitore da qualsiasi forma di rischio.
Altro vantaggio di questo tipo di fondi di investimento è legato al fatto che essi non hanno alcuna spesa per commissioni di ingresso o di uscita dal mercato e, come abbiamo detto, la gestione passiva riduce i costi di gestione al minimo. Questo si riassume in semplici e chiare percentuali: le spese di commissione annue da sostenere per questo tipo di fondi vanno da un minimo dello 0,09% ad un massimo del 1,5%. Tale percentuale poi verrà calcolata anche in base al periodo nel quale l’investitore ha detenuto i fondi.
Se si decide di investire in ETF si può scegliere tra quelli che pagano e versano periodicamente i dividendi, cioè le parti di utile accumulate, oppure quelli che reinvestono i dividendi sul mercato.
È bene tenere presente inoltre che molto spesso le banche non tendono a proporre questi prodotti finanziari ai propri clienti proprio perché per gli istituti di credito non sono particolarmente remunerativi in quanto fonte di bassissime commissioni legate solo alla compravendita.
Nonostante questo i fondi ETF sono ormai un vero punto di forza sui mercati internazionali.
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nov 12
L’arrivo e la permanenza della crisi ha cambiato radicalmente il sistema di investire i propri risparmi, e gli investitori preferiscono investire su qualcosa a breve termine piuttosto che a tempi medio o lunghi. In questo panorama, sembra che il risparmio gestito possa essere un valido strumento di investimento.
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Nonostante, in passato, i grandi gruppi bancari avessero sempre puntato pochissimo sui fondi di risparmio gestito, oggi sembra esserci un’inversione di tendenza. |
Secondo Gabriele Piccinni, responsabile divisione retail Italy di Unicredit, prima del crack della Lehman Brothers i tassi di interesse erano elevatissimi e le obbligazioni molto richieste, con emittenti che pagavano molto la liquidità e offrivano cedole alte. Successivamente, gli interventi dei governi hanno fato abbassare i tassi di interesse, di conseguenza è difficile, attualmente, trovare delle obbligazioni che diano risultati interessanti, almeno nei brevi periodi. Si potrebbe ovviare allungando la durata, ma ora il lungo termine non dà affidamento agli investitori.
Considerato questo panorama finanziario, secondo Piccinni, i fondi costituirebbero l’unico strumento in grado di creare un sistema di diversificazione, ma a patto che esista un adeguato livello di consulenza in grado di qualificare l’offerta.
A settembre, la Pioneer Investments, società di asset management del gruppo Unicredit, ha registrato una raccolta netta di 954 milioni. Tale risultato, il migliore del sistema, sempre secondo Piccinni, è stato raggiunto collocando sul mercato prodotti a breve termine, pur intravedendo un certo interesse per l’equity e cercando spazi per la crescita attraverso formule di piani di accumulo che danno la possibilità di spalmare l’investimento nel tempo mediando sui picchi di mercato.
Una critica rivolta al settore del risparmio gestito è quella relativa al costo elevato dei prodotti. Piccinni ritiene che, considerata la forte concorrenza, bisognerebbe intervenire sia attraverso la creazione di prodotti no load, sia praticando degli sconti sulle commissioni.
Il 6 ottobre è poi partito da Milano il “road show” dell’Unicredit (insieme a Pioneer), ossia un tour che dura 3 settimane e che ha l’obiettivo di condividere le strategie verso i clienti in tema di risparmio gestito. Il tour si articolerà in 12 tappe, durante le quali si raggiungeranno le 19 direzioni commerciali sparse sul territorio nazionale incontrandone i 4 mila consulenti.
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ott 12
Dopo 2 anni di assenza torna la possibilità di investire sui fondi comuni di investimento. Come mai?
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Il contributo delle banche si è rivelato importantissimo nella raccolta dei fondi comuni, che si registrano in positivo da 3 mesi. Esse, infatti, hanno ricominciato a puntare sul risparmio gestito, una mossa ragionevole se si considera che in cima agli sportelli si ha il 90% della distribuzione. |
Ma il motivo per il quale le banche son tornate a reinvestire nei fondi comuni, dopo averli ignorati per 2 anni, sta nel fatto che essi costituiscono gli unici strumenti atti a garantire punti di rendimento in più rispetto ai Bot. Inoltre considerati i livelli dei tassi, gli istituti di credito, ora, registrano maggiore liquidità ed hanno di conseguenza meno necessità di ricorrere a metodi di raccolta diretta (tanto più che le obbligazioni sono più difficili da piazzare considerate le lunghe durate).
Il dubbio che potrebbe venir fuori è: ma il fondo comune viene venduto realmente per le sue qualità o perché non esiste altra valida alternativa?
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