set 02
Gli investitori ritorneranno in Borsa solo diversificando gli investimenti
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![]() | Per consentire all’investitore la possibilità di ritornare ad avere fiducia nel futuro permettendogli di rimettere azioni nel portafoglio o incrementare le posizioni già esistenti, la parola d’ordine è: diversificazione; diversificazione in termini di momento di ingresso, di numero di titoli, e di Paese. |
Il primo punto si può esemplificare citando dei dati: l’indice Ftse All Share ha perso in media il 70% del suo valore, partendo dal picco del maggio 2007 al minimo del marzo 2009. Ma, in considerazione dei minimi di marzo, il rialzo che l’indice dovrebbe subire per tornare al picco di partenza non è del 70% bensì di circa 230%. Infatti, se le Borse continuano a salire seguendo la ripresa economica di marzo, lo spazio a disposizione per ritornare al punto iniziale è almeno del 200%. Fin qui se si considera l’indice in maniera complessiva, visto che potrebbero esserci dei titoli particolarmente reattivi portati a registrare risultati più elevati.
Alla luce di ciò, è quindi meglio investire ogni qual volta il mercato dia dei segnali positivi.
Riguardo l’indice Ftse All Share ad esempio, ciò potrebbe verificarsi quando i prezzi superano uno dei ritrovamenti di Fibonacci riguardanti il ribasso dall’apice del 2007, ossia le resistenze circa a 21.000, 25.500 e 32.500, o quando le quotazioni saliranno sopra una media mobile importante come le 50, le 100 e le 200 settimane, rispettivamente a 21.000, 28.000 e 33.000 punti.
Il secondo punto (diversificazione di numero dei titoli) si spiega in base a quanto segue: se l’investimento ha l’obiettivo di battere o replicare l’andamento dell’indice, non si può puntare tutto rischiando su di un singolo titolo, ma l’ideale è scegliere tra 5 e 10 strumenti, tra quelli con beta più alto (ad esempio scegliendo tra i panieri Ftse Mib e Ftse Mid Cap, Unicredit, Intesa SanPaolo, Gemina, Fiat, Mediobanca, Italmobiliare, Saipem e Cir) se si vuole avere un portafoglio più aggressivo, o quelli con beta più basso (Eni, buzzi Unicem, Recordati, Edison, Geox, Telecom Italia, Fondiaria Sai e Tod’s) per un portafoglio più “conservativo”.
L’unica pecca di un portafoglio così costruito è quella di mancare di diversificazione del settore. Riguardo il terzo punto, il mercato italiano è, infatti, molto competitivo in taluni comparti come le banche, l’energia, la pubblica utilità, ma cala in altri come la tecnologia, la grande distribuzione, la chimica e la farmacia, settori che potrebbero reagire positivamente in caso di ripresa economica. E proprio la scelta di titoli appartenenti a questa categoria, come Alcatel, Siemens, Bayer, Basf, E.On, Sap, Unilever o Danone potrebbero configurare una strategia vincente di investimento futuro.
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Entro la data di scadenza prestabilita, l’investitore, grazie al covered warrant, incassa un controvalore pari alla differenza, se positiva, tra il prezzo di mercato dell’attività sottostante e lo strike price. Se la differenza è negativa, l’investitore può vendere il covered warrant in Borsa come un normale titolo azionario e così monetizzarne il valore.
La prima emissione di un covered warrant è stata effettuata dalla Citibank nel 1992 sul cambio Dollaro/Lira ed era indirizzata agli investitori istituzionali. Solo a partire dal 1998 i covered warrant sono stati ammessi alla quotazione della Borsa Italiana dei cambi. Da allora hanno registrato un trend sempre in crescita tanto che il mercato italiano dei covered warrant si classifica al terzo posto a livello europeo.
Attualmente sul mercato italiano sono presenti 19 emittenti che quotano più di 6.000 strumenti e gli scambi superano quota 31 miliardi di euro.
Il prezzo dei covered warrant è determinato da alcune variabili principali: il prezzo attuale dell’attività finanziaria che si deve vender o acquistare, la volatilità, lo strike price iniziale, la vita residua dell’attività finanziaria in vendita, i dividendi attesi e il tesso di interesse.

Soprattutto per i piccolo risparmiatori, il trading on line è strettamente correlato al home banking, cioè alla possibilità di gestire e intervenire direttamente sul proprio conto corrente bancario e di effettuare operazioni di vario genere, compresa la gestione del portafoglio di investimenti. Questa è forse la forma più tradizionale e diffusa di trading online in Italia, di fatto ormai offerta come prodotto standard da tutti gli istituti finanziari, spesso enfatizzando i costi ridotti e la flessibilità del servizio che lascia completa autonomia al titolare del conto.
A margine di questo uso “tradizionale” degli strumenti di trading on line, c’è poi quello più consapevole e determinato di chi usa questo efficace servizio per effettuare operazioni e investimenti sul mercato finanziario, sfruttando proprio l’agilità e la flessibilità che questo strumento mette a loro disposizione.
Negli ultimi anni anche in Italia, come già prima negli Stati Uniti, si è assistito a un autentico boom del trading online, avallato anche dalla sempre maggiore diffusione di Internet e di canali dedicati alla finanza che hanno permesso a un numero sempre crescente di investitori di avvicinarsi in prima persona a questo mondo, fornendo informazioni e spiegazioni che permettono all’investitore di prendere decisioni in autonomia e di tagliare fuori i tradizionali intermediari finanziari.
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