Cosa sono i CDS e lo SPREAD

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I CDS e lo SPREAD sono due importanti parametri di valutazione di un investimento. Vengono tenuti molto sotto controllo dai trader che operano nel forex e in borsa perché indicano il buon andamento presente e futuro di un indice azionario.


spreadLa crisi finanziaria degli ultimi anni ha portato alla ribalta termini come CDS e Spread che, fino a qualche tempo fa, erano di dominio quasi esclusivo degli addetti ai lavori del mondo finanziario. Soprattutto nell’ultimo periodo non c’è giorno in cui guardando un semplice telegiornale o leggendo un comune quotidiano, ciascuno di noi non finisca per imbattersi in questi termini un tempo oscuri.

Cerchiamo pertanto di capire cosa questi due termini indichino nel linguaggio della finanza e, ormai, nel linguaggio comune.

Lo Spread è la differenza di rendimento sul mercato finanziario dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi. Questi ultimi vengono presi come punto di riferimento per questa misurazione proprio perché il mercato tedesco viene da sempre considerato il più stabile in Europa.

Solo per chiarire un po’ quelle che sono state le conseguenze della crisi finanziaria degli ultimi anni riassumiamo un po’ l’andamento di questo Spread.
Nel 2007, anno in cui la crisi finanziaria cominciava appena a farsi sentire, la differenza di rendimento tra titoli italiani e titoli tedeschi si attestava intorno allo 0,2 – 0,25% e questo voleva dire che i titoli tedeschi fruttavano solo questa piccola percentuale in più rispetto a quelli italiani.

Nel 2009 tale differenza si attestava intorno all’1,57% per rientrare quasi subito nella misura dello 0,9%. Questo miglioramento sembrava aver dato una maggiore fiducia al mercato italiano, fiducia che è andata quasi completamente persa dall’aprile del 2010, quando la crisi si è fatta sempre più forte. A quel punto la crisi del debito pubblico ha investito progressivamente diversi paesi dell’Europa a partire dalla Grecia per passare alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo e anche l’Italia.

La soglia degli interessi da pagare su debito pubblico per il nostro paese ha raggiunto il 6,16% e questo ha allarmato decisamente in quanto la Grecia, toccando la soglia del 7%, ha avuto la sua economia completamente in ginocchio, vedendosi così costretta a chiedere l’intervento dell’Unione Europea per risollevarsi da quel grave tracollo.

Il sistema di funzionamento dell’economia italiana comunque non lascia trapelare nulla di così tanto catastrofico, almeno stando alle analisi di alcuni esperti del Wall Street Journal i quali sostengono che considerata la scadenza media del debito pubblico italiano ogni 7,09 anni, l’Italia dovrebbe mantenere la sua situazione invariata almeno per qualche altro anno. In ogni caso, sapere che l’Italia è al quarto posto in Europa in quanto a debito pubblico accumulato non è un’idea che fa stare tranquilli in quanto i rendimenti calano sempre di più e lo spread rispetto ai titoli tedeschi si fa sempre più consistente.

Gli investitori in possesso di titoli di Stato comunque sarebbero tutelati dal CDS (Credit Default Swap) che consistono in una specie di riserva a copertura di eventuali inadempienze da parte del debitore (in questo caso il debitore sarebbe lo Stato qualora non fosse in grado di restituire agli investitori le cifre dovute allo scadere dell’investimento in titoli di stato).

Tuttavia nel caso della recente crisi greca, l’ISDA (International Swaps and Derivatives Association) non ha autorizzato il rimborso tramite i CDS a quei creditori che avessero investito i propri soldi in banche americane. Queste eventualità possono realizzarsi a causa del fatto che i CDS siano strumenti finanziari Over the Counter e questo vuol dire che non vengono contrattati sui mercati regolamentati, ciò li rende meno trasparenti e non facilmente monitorabili. Il mercato di questo tipo di prodotti poi è dominato da pochi gruppi bancari molto grossi che rende l’Unione Europea un po’ scettica circa la loro affidabilità e pertanto la fa muovere verso una più chiara regolamentazione degli stessi.

Nel periodo della grossa crisi finanziaria però questi prodotti hanno preso sempre più piede e in alcuni casi hanno però anche anticipato le tendenze negative dei mercati standard.

Se i CDS, che sono una specie di assicurazione contro eventuali inadempienze dei debitori, vengono sempre più acquistati questo è un chiaro sintomo del fatto che la gente avverte la presenza di eventuali rischi di perdite. I CDS poi non sono esclusivamente collegati a debiti pubblici ma anche ai titoli di debito di società private come banche o altre grosse aziende. Per questo motivo spesso, analizzando l’andamento di un titolo, si tende ad analizzare anche il corrispondente CDS per razionalizzare gli investimenti.

Si percepisce che qualcosa però non funziona nel verso giusto nell’economia di un paese nel momento in cui l’analisi dei CDS diventa più importante di quella del titolo stesso anche perché il mercato dei CDS è molto più ridotto di quello dei normali titoli e pertanto rischia di falsare le reali prospettive rendendo l’analisi poco seria e poco attendibile.

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Forme di investimento sicure (parte 3 di 3)

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Con questa terza e ultima parte termina la conoscenza dei più diffusi e sicuri mezzi di investimento che gli italiani possono attuare per avere dei piccoli guadagni extra impiegando il proprio capitale messo da parte.


Investimenti a lungo termine sicuri e con pochissimi rischi I Titoli di Stato sono simili alle Obbligazioni con la differenza che anziché essere emessi da società private, vengono emessi dallo Stato che li vende ai risparmiatori per finanziare il proprio debito pubblico. Sono senza dubbio la forma di investimento più sicura per il risparmiatore in quanto c’è sempre lo Stato alle spalle che garantisce sulla buona riuscita dell’investimento e sulla più che certa restituzione del capitale investito.

I Titoli di Stato più importanti e comuni sono: i Bot, i Btp e i Cct.

I Bot (Buoni Ordinari del Tesoro) sono titoli a zero coupon e possono avere scadenze variabili dai 3 ai 12 mesi. Sono i titoli più sicuri per l’investitore che, alla scadenza del contratto, si vedrà restituito il proprio capitale accresciuto di una quota di interessi.
I Btp (Buoni del Tesoro Poliennali) sono Obbligazioni di Stato a medio e lungo termine con scadenze che vanno da un minimo di 3 ad un massimo di 30 anni. Il tasso di interesse che viene corrisposto per questi titoli è sempre fisso e viene stabilito anticipatamente, cioè nel momento in cui vengono messi sul mercato. Data la lunga durata di questo tipo di contratti, gli interessi vengono corrisposti all’investitore tramite cedole semestrali. Alla scadenza del contratto l’investitore si vedrà restituita la somma corrispondente al valore nominale del titolo stesso. Il rischio per l’investitore, anche in questo caso, è praticamente inesistente.
Anche i Cct (Certificati di Credito del Tesoro) sono Obbligazioni di Stato a medio e lungo termine (5, 6, 7 o 10 anni). Questi titoli garantiscono al risparmiatore una cedola semestrale il cui importo però è variabile e indicizzato rispetto all’andamento sul mercato dei Bot. Il rischio comportato da questi titoli per l’investitore è basso e legato solo all’eventuale andamento negativo dei Bot sul mercato, eventualità nella quale l’investitore riceverebbe interessi più bassi al momento della riscossione della cedola semestrale. Tutti i titoli di stato hanno il vantaggio di poter essere negoziati sul mercato prima della loro scadenza.

Altra forma di investimento piuttosto sicura per il risparmiatore è rappresentata dalla Previdenza Integrativa. Questa forma di investimento si sta diffondendo sempre di più negli ultimi anni e consiste in strumenti di investimento gestiti dagli enti previdenziali. La loro finalità è quella di integrare con somme aggiuntive le prestazioni pensionistiche obbligatorie. Questi strumenti possono essere i Fondi Pensione o i Pip (Piani Individuali Pensionistici). I fondi pensione a loro volta si dividono in Fondi Negoziali e Fondi Aperti.
I Fondi Negoziali scaturiscono da accordi tra enti previdenziali e associazioni sindacali di determinate categorie di lavoratori e vengono gestiti da banche o assicurazioni.
I Fondi Aperti invece vengono emessi direttamente dalle banche, dalle assicurazioni o dalle società di intermediazione e quindi non sono ad esclusivo uso di determinate categorie di lavoratori ma possono essere usati anche da lavoratori autonomi.
Quello che questi fondi fanno concretamente è raccogliere i contributi dei lavoratori e investirli in modo da renderli più remunerativi. Gli investimenti di questi contributi possono essere diretti all’acquisto di azioni (e questo è il caso che comporta una più alta rimuneratività ma anche un più alto rischio), all’acquisto di azioni e obbligazioni (con rischio più basso) oppure all’acquisto di sole obbligazioni (caso meno rischioso ma anche meno remunerativo).
La scelta del comparto di investimento al quale destinare i propri soldi non è obbligatoriamente fisso nel tempo ma, in qualsiasi momento l’investitore può decidere di cambiarlo. Quando il lavoratore finisce il proprio periodo di contribuzione perché ha raggiunto l’età pensionabile, riceverà dall’ente previdenziale la rendita che i propri contributi hanno accumulato nel corso del tempo in cui i suoi contributi sono stati investiti nei fondi pensione. La legge stabilisce che almeno il 50% dell’ammontare dei guadagni deve essere corrisposto sotto forma di rendita periodica mentre la restante parte può essere versata in un’unica soluzione.
I Pip, infine, rappresentano una vera e propria polizza assicurativa sulla vita.

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Forme di investimento sicure (parte 2 di 3)

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Continua con questo secondo articolo la conoscenza dei sistemi di investimento più diffusi in Italia e nel mondo che l’investitore può scegliere a seconda del loro rischio e guadagno.
Si tratta di forme di investimento proposte da banche, istituti di credito in genere, ma anche società private o parastatali.


Investimenti a lungo termine sicuri e con pochissimi rischi Un’altra forma di deposito a risparmio che ha preso molto piede negli ultimi anni è quella dei Conti Deposito Online.
Il funzionamento di questo tipo di depositi è molto semplice perché ciascuno può gestirli direttamente da casa, tramite Internet. Vantaggio grandissimo di questo tipo di deposito è quello di non avere praticamente alcun costo.

Si differenzia da un normale libretto di risparmio in quanto necessita di un conto corrente al quale appoggiarsi per effettuare tutte le transazioni.
Anche in questo caso il risparmiatore può decidere di lasciare le proprie somme libere o di vincolarle per un certo periodo di tempo, caso in cui ne aumenta la rimuneratività.

Rispetto ai normali libretti di risparmio, questi conti sono più pratici perché offrono molti più servizi, come ad esempio il libretto degli assegni e la carta di credito, e sono, tra l’altro, comunque garantiti dal Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi. Pertanto questi prodotti sono sempre più richiesti in quanto, benché nati come forme semplici di investimento, hanno la praticità e la funzionalità di un conto corrente normale pur non avendo gli stessi costi di gestione.

I PCT (Pronti Contro Termine) sono una forma di deposito vincolato che consiste in questo: il risparmiatore acquista dalla banca, o da altro intermediatore finanziario, una certa quantità di titoli e si impegna a mantenerli per un certo periodo prestabilito al termine del quale la banca (o l’intermediatore finanziario) li riacquisterà, normalmente ad un prezzo più alto rispetto a quello d’acquisto, in modo da garantire all’investitore un certo margine di profitto.
Il prezzo di riacquisto, così come la scadenza, vengono decisi al momento della sottoscrizione dell’accordo tra i due soggetti.

Sebbene il rendimento sia abbastanza sicuro, i profitti derivanti da PCT subiscono una tassazione del 12,5% e le somme investite dal risparmiatore non sono coperte dal Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi. In questo tipo di investimenti i titoli che possono essere acquistati sono Titoli di Stato o Obbligazioni emesse da società private. Ovviamente i primi sono più sicuri rispetto alle seconde in quanto, se anche la banca con la quale le contrattazioni sono state fatte dovesse fallire, i Titoli di Stato possono essere comunque rivenduti dall’investitore; la stessa cosa non si può dire per le obbligazioni emesse da un privato che, in caso di fallimento dell’emittente, perderebbero ogni valore. Se questa eventualità dovesse realizzarsi, anche eventuali Titoli di Stato sottostanti a queste obbligazioni (perché acquistati dal risparmiatore contemporaneamente) perderebbero valore e sarebbero invendibili. Bisogna comunque considerare il fatto che il fallimento di una banca resta un’ipotesi molto remota.

Ma vediamo meglio cosa sono le Obbligazioni, altrimenti dette Bond.
Si tratta di titoli emessi da una società privata che li vende ad un risparmiatore che vuole investire i propri risparmi.
Per il periodo nel quale il risparmiatore è in possesso di tali titoli diventa di fatto finanziatore di tale società che si impegna a ricomprare questi titoli alla scadenza del contratto sottoscritto con il compratore. Nel periodo di durata del contratto la società paga al risparmiatore degli interessi tramite cedole periodiche, generalmente con scadenze trimestrali.

Ci sono tre tipi di Obbligazioni:

  1. a tasso fisso, caso in cui l’importo della cedola non varia per tutta la durata del contratto;
  2. a tasso variabile, in questo caso gli interessi variano in base agli indici di riferimento sul mercato finanziario;
  3. a zero coupon, in questo caso gli interessi non vengono pagati con cedole periodiche ma solo alla scadenza del contratto.

Il rischio che questo tipo di investimento comporta è piuttosto basso in quanto il risparmiatore potrebbe rimetterci il capitale investito solo in caso di fallimento della società emittente, ma questo rischio lo rende leggermente più remunerativo rispetto ai Titoli di Stato.

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